“DA ORIENTE VIENE LA LUCE DEL SOLE” – STORIA DEL PARTITO OPERAIO E CONTADINO TICINESE (1944-1959)

Tobia Bernardi

2020

FPC

Frutto di un approfondito lavoro universitario, l’opera di Tobia Bernardi verte sul movimento comunista in Ticino durante la Guerra fredda, in particolare sui primi quindici anni di vita del Partito operaio e contadino ticinese (dal 1963 Partito ticinese del lavoro).

Obiettivo del volume è offrire al lettore una prima sintesi su un tema sinora poco esplorato dalla storiografia, valorizzando la documentazione classica prodotta dall’organizzazione stessa e dalla stampa di partito ma anche fonti poco conosciute come i materiali elaborati dalla polizia politica, depositati presso gli archivi del Ministero pubblico federale.

Dopo aver ripercorso sinteticamente il periodo tra il 1923 e il 1944, l’analisi, condotta dall’autore dialogando con aggiornati riferimenti politologici, si concentra su due fasi di segno diverso, anche per il contesto in cui il POCT si trova ad agire: dalla genesi e dai primi passi, mossi in un contesto di grande entusiasmo e di relativa crescita del movimento (grazie anche al prestigio internazionale con cui l’Unione sovietica esce dal secondo conflitto mondiale), alla “ghettizzazione” in cui il partito cantonale e quello nazionale sono confinati sin dal 1947-1948 con lo scoppio della Guerra fredda, che comporta un netto ridimensionamento quantitativo e l’inizio di notevoli difficoltà finanziarie e organizzative.

A questo proposito, nelle pagine del volume la storia dell’organizzazione comunista è accompagnata da un’attenta analisi dell’azione delle autorità cantonali e federali e da una ricostruzione del contesto politico e culturale del Ticino degli anni Quaranta e Cinquanta, nel tentativo di gettare una prima e parziale luce sull’anticomunismo in Ticino: dalla sorveglianza sistematica dei militanti, passando per i tentativi di interdizione professionale fino alla reazione del cantone di fronte agli avvenimenti ungheresi del novembre 1956, la società ticinese ha intrattenuto un rapporto lungo e fecondo con l’anticomunismo, senza il quale sarebbe difficile comprendere appieno il processo di marginalizzazione e “ghettizzazione” che tocca i comunisti durante il periodo considerato.

Confrontato a un contesto ostile, a malapena in grado di mantenere in piedi le sue strutture organizzative, il POCT rinuncia progressivamente alle iniziali speranze di un “domani luminoso” e diventa invece, durante gli anni Cinquanta, un “partito che non fa politica”, un’organizzazione partitica a forte partecipazione subculturale, se consideriamo quest’ultima come una partecipazione che è “espressione di un sentimento di appartenenza e non di una reale prospettiva di intervento sulle strutture politiche” (A. Pizzorno). Proiezione di documentari e organizzazione di mostre e conferenze sui paesi socialisti, viaggi nell’Europa orientale, visite al Festival dell’Unità, canti e simboli: i riferimenti al socialismo reale e all’internazionalismo comunista concorrono a fortificare identità e frontiere della comunità partitica, a distribuire incentivi ideologici ai militanti e a permettere loro di resistere allo scoramento in un contesto che certo non si presta a facili entusiasmi.

Pur cercando ad ogni costo, grazie all’abilità politica di alcuni dirigenti, di evitare derive di tipo settario, il POCT attraversa dunque le fasi più acute della Guerra fredda come un’organizzazione autoreferenziale, coesa e unita, ciò che le consentirà di sopravvivere (a differenza di ciò che accade in molti cantoni germanofoni) e di riemergere poi, negli anni Sessanta e Settanta, grazie al mutamento di clima generato dalla contestazione giovanile e dalla nascita del Partito socialista autonomo.

Video-intervista di Fabio Dozio all’autore Tobia Bernardi: https://youtu.be/bl1gGGJi964

Recensione del volume sulla rivista “Il Cantonetto” (luglio 2020) – PDF